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Intervista a Bruno Paludet

 

 

Gianna Danielis intervista Bruno Paludet, agente immobiliare in Pordenone

 

Nell'ambito del progetto "Il capitale intellettuale nella famiglia, nella banca, nell'impresa", oggi intervisto l'imprenditore Bruno Paludet, agente immobiliare che attualmente è presidente regionale della F.I.M.A.A., Federazione Italiana di Mediatori e Agenti d'affari, della quale è anche, di diritto, membro nazionale dell'assemblea. È socio sia del Rotary Club di San Vito al Tagliamento che dell'A.I.C.I., Associazione Italiana dei Consulenti Immobiliari. È inoltre consulente monomandatario per il Friuli Venezia Giulia della SIB, Servizi Immobiliari delle Banche S.p.A., società di primari istituti bancari che ha la Morgan Stanley e la Pirelli quali soci di riferimento.

Si interessa di musica, soprattutto classica e jazz, e di arti figurative, con un particolare interesse per gli autori minori del rinascimento. Stima gli oggetti di antiquariato del settecento e dell’ottocento.

Dunque un imprenditore interessante soprattutto per l’esperienza di integrazione che caratterizzato il suo itinerario di vita e di impresa.

 

Come è iniziata questa sua avventura?

Come ho incominciato la mia impresa, come è incominciata la mia vita, perciò. La mia vita di totale autonomia è iniziata a quattordici anni, quando per un insuccesso scolastico mio padre mi disse: "Puoi scegliere tre strade: la prima rimani a casa nostra e lavori con me". Mio padre era un artigiano e commerciante che riparava e vendeva orologi, un gioielliere. "La seconda, ti iscrivo in un college privato dove fare da interno i tuoi studi; la terza, esci di casa e ti trovi un lavoro".

Non ebbi dubbio nel scegliere la terza strada. Presi una piccola borsa con due stracci dentro e me ne andai in autostop a Lignano, dove trovai immediatamente un lavoro come lavapiatti e in cucina, per poi fare, a distanza di due o tre settimane, il cameriere e, a fine stagione, imparai a fare le pizze. E questo è diventato un tracciato di una percorrenza che è durato circa 15 anni. Per tre anni lavorai d’inverno a Udine e d’estate a Lignano Sabbiadoro, con una interruzione di un anno, quando andai in Germania, vicino ad Amburgo, a fare gelati. Nel 1976, all’età di 20 anni, ho sentito il richiamo del mio paese natale, la Francia e, sempre con una piccola borsa, presi il primo treno che partiva per Parigi, dove ho vissuto due anni, lavorando sempre come pizzaiolo. Questi anni credo siano stati i più belli della mia vita per l’intensità con cui ho vissuto. Parigi, la libertà assoluta, un ottimo posto di lavoro, lavoravo in una pizzeria che faceva parte di una catena di pizzerie che si chiamava Pizza Pino, in boulevard St. Germaine, di proprietà di una famiglia di ebrei.

Alla fine dei miei due anni trascorsi a Parigi, con un piccolo ma benevolo inganno di mio padre tornai ad Azzano Decimo, dove egli viveva, e qui rilevai un’osteria, per trasformarla in una pizzeria. Avevo 22 o 23 anni e alle spalle una lunga esperienza di lavoro, ma soprattutto una conoscenza anche di un altro mondo in un’altra cultura che era quella parigina, che non era di sicuro quella azzanese. Questa pizzeria aperta, mi pare, il 20 o 22 di dicembre 1978, la chiamai Pizza Jazz, per l’impronta data dagli arredi, dagli accessori, dai nomi delle pizze, dall’abbigliamento dei camerieri, dal marchio, dal logotipo. L’elemento che comportò un grande successo fu la musica dal vivo. Nel ’78 era uno dei pochissimi locali in Friuli che faceva musica, tutte le sere dal vivo, musica jazz. Fu questo un periodo di grande successo, durato tre anni, perché questo era l’unico locale che lavorava tutti i giorni, tutti i periodi dell’anno ed era sempre pieno. Era un lavoro molto faticoso, che richiedeva una presenza costante di 14, 15 ore al giorno ed ero da solo, a parte qualche aiuto la domenica da parte dei fratelli o dei genitori. Conscio del fatto che questo non poteva diventare il mio lavoro definitivo, nell’81, tre anni dopo, misi in vendita il locale e feci un corso di sei mesi presso un commercialista per preparare un esame che poi diedi alla camera di commercio di Pordenone. Esame per l’abilitazione e l’esercizio della professione dell’agente immobiliare.

 

Ascoltandola ho notato una cosa interessantissima: che non occorre avere grandi sostanze per iniziare un’impresa come la sua. In questa valigetta che lei portava con sé c’era l’essenziale. Ciò che contava era l’intelligenza, la curiosità e non il denaro ma il capitale intellettuale e l’accettazione di quel rischio su cui si fonda ciascuna impresa degna di questo nome. Ed è proprio questo che ha contribuito alla riuscita. Mi chiedo a questo punto cosa ci fosse di suo padre in quella valigetta?
Di mio padre in quella piccola borsa c’era una cosa molto bella ed era la libertà che mi aveva regalato e questo dono mi è rimasto e mi rimarrà per sempre nel cuore, perché mio padre mi diede la massima fiducia fin dall’adolescenza e capì il mio carattere molto bisognoso di libertà, di spazi, di voglia di vivere, di fare nuove esperienze e di conoscere il mondo. Lui ebbe questa sensibilità e mi lasciò libero, totalmente libero, cosa che credo io per primo non riuscirei a fare oggi con mio figlio e pochi riuscirebbero a fare. Io premiai questa concessione, unica, con la fedeltà, con la serietà, perché non commisi mai nella mia vita cose tali da far rimpiangere a un genitore la concessione di questa libertà.

 

Questa libertà ha fatto sì che lei si autorizzasse, che si assumesse in pieno la responsabilità di vita, la responsabilità del suo fare, del suo itinerario. Questo dunque è stato il grande contributo di suo padre per la riuscita. Egli non si è fatto prendere dalla paura della paura che spesso spaventa i genitori che si trovano in questo frangente. E quale è stato l’intervento di sua madre?

Mia madre ha sempre avuto un atteggiamento da chioccia, protettivo, forse iperprotettivo. Quando me ne andai da casa, la vidi disperata ed è per questo che, doppiamente dico, mio padre è stato veramente bravo nel non farsi, fra virgolette, corrompere da mia madre, perché mentre io scendevo le scale di casa, con questa borsetta, appunto all’età di 14 anni, attraversando la piazza di Azzano Decimo, in una giornata molto calda del giugno del ’69, pregavo dio e speravo tanto di non sentirmi richiamare a distanza dal padre con un "Ritorna a casa, vieni qua di corsa". E questo, infatti, non avvenne. Questi 200 metri di piazza sono stati fondamentali poi in tutta la mia vita.

 

L’inizio del suo itinerario è stato un proseguimento, dato che non c’è un’origine e una fine delle cose. Questo passo, questa uscita dalla porta di casa, questi 200 metro sono stati il proseguimento di un lavoro intellettuale già in atto da prima, magari già dalla scoperta di un mondo che provocava la sua incessante curiosità, una domanda che la sola fantasia non poteva colmare. E sua moglie quale contributo ha dato alla riuscita dei suoi progetti?

Fondamentale! Fondamentale, perché mia moglie è stata la persona che è riuscita a estrapolare tutte le mie potenzialità che, nonostante la grande fiducia che ho in me, pensando di non riuscire ad oltrepassare determinati limiti, non esprimevo. Invece mia moglie, una persona estremamente sensibile, intelligente, ci è riuscita, dandomi indirettamente dei suggerimenti, che ho saputo cogliere. Mi ha fatto entrare in questo mondo, che è l’attuale mio mondo, quello immobiliare. Ciò mi ha consentito di crescere e di avere anche successo professionale.

 

Si è mai trovato in una difficoltà estrema, e se sì, come ha affrontato questo ostacolo?
Io credo che almeno una volta nella vita le persone incontrino delle grosse difficoltà che sono grosse per alcuni e per altri non lo sono. Queste difficoltà io le ho incontrate costantemente nella mia vita, perché quando si è disposti a mettersi o a rimettersi in gioco più volte, si deve essere consapevoli che questo comporta dei rischi. Il buon uso di queste esperienze può sicuramente rafforzare e aiutare nella vita. Io ho sempre avuto un’altalena di successi e di insuccessi, con anche delle grandi difficoltà di carattere proprio morale, psicologico. Credo che fintantoché un soggetto è giovane, ha 20 anni, riesce a risollevarsi rapidamente, se ha carattere, se ha buona volontà, se ha forza di volontà. Più il tempo passa, più ovviamente è difficile.

I miei primi insuccessi sono stati quelli scolastici, perché io non intendevo studiare. Per me era assolutamente tempo perduto e sono stato bocciato anche alle scuole medie. Poi ho recuperato. Mi sono preparato privatamente, all’età di 17/18 anni per la licenza media. Poi ho conseguito un diploma e mi sono anche iscritto alla Facoltà di Scienze politiche ed economiche all’Università di Udine, dove ho già dato alcuni esami con dei risultati direi abbastanza buoni. Questo è un progetto che porterò sicuramente a conclusione più avanti, a meno che non muoia giovane!

 

Lei testimonia che l’insuccesso, se non si fonda come ricordo, non fa da sbarramento per il fare e la riuscita. Qual è l’importanza dell’arte e della cultura nella sua impresa?
Questo è un mio personale punto debole, nel senso che ritengo di avere una buona sensibilità nei confronti dell’arte. Mi piace molto l’arte contemporanea ma anche l’antiquariato. Avrei voluto e vorrei tanto però coltivare la mia cultura che considero un punto debole.

 

Sì, ma quando le ho chiesto della cultura non intendevo fare riferimento alla cultura istituzionalizzata ma a quella che si acquisisce con la curiosità e l’elaborazione dell’esperienza. Ho notato che sul fascicolo che illustra le attività della sua agenzia, campeggia, proprio sulla copertina la riproduzione di un quadro molto bello e il suo studio è adornato di opere d’arte sia antiche che moderne.

Questa immagine si riferisce a un affresco che è una copia della Battaglia di San Martino di Paolo Uccello. Una copia che credo sia di fine ottocento e che un giorno, salendo per le scale di un vecchio palazzo di corso Vittorio Emanuele vidi attraverso una porta semiaperta. Lì c’era un pittore restauratore che lo stava sistemando, mi fermai per chiedere alcune informazioni. Questa opera mi attirò in modo fortissimo e incredibile, così la acquistai per metterla all’interno dello studio. Questo cavallo con questo condottiero sono una composizione così imponente, forte e decisa, tanto che mi è piaciuto farla simbolo di questo studio.

 

Questo cavaliere col proprio cavallo sembra portare avanti la sua battaglia con determinazione, una battaglia nell’arte, nella bellezza, emblema di battaglia della sua impresa, battaglia non contro un nemico rappresentato, ma un battaglia di parola, una parola diplomatica che ciascuno può intendere come propria lingua. Ritiene di aver avuto dei maestri cui fa ancora riferimento, oltre a suo padre?

Ah, mio padre è stato il primo maestro in assoluto! Poi credo di avere avuto tanti maestri e di tutti i tipi. Io ho sempre avuto una grande curiosità verso il mondo e verso le persone che ho incontrato nella mia vita e ne ho incontrate tantissime ed esse sono state per me dei maestri. Ho sempre avuto un’attrazione forte per il diverso che potrebbe essere l’uomo potente per questioni economiche e imprenditoriali o politiche, l’uomo colto, l’uomo che ha qualcosa da insegnarti, da darti e potrei fare un lunghissimo elenco. Anche l’uomo, se vogliamo con un "handicap", tra virgolette e dico tra virgolette perché poi portatori di handicap siamo tutti. Una persona che ha qualcosa o che non ha qualcosa che tutti non hanno o invece hanno e che sopperisce a questa mancanza con altri strumenti, con altri elementi. E questo ti fa capire molte cose e ti arricchisce. Questi per me sono i miei maestri.

 

È interessante per ciascuno cogliere la testimonianza di chi con impegno e ingegno attraversa le difficoltà. Per cogliere questo ci vuole intelligenza, curiosità e interesse per una direzione senza mediazioni né compromessi verso la qualità. Virtù che qualificano l’imprenditore che è disposto alle variazioni, alle invenzioni e all’integrazione di molteplici istanze che l’occorrenza richiede. Che cosa consiglierebbe a un giovane che volesse avviare un’impresa?

Consiglierei prima di tutto di fare una cosa che gli piaccia, perché se c’è la passione nella vita, nel lavoro, nelle relazioni, nella famiglia, se c’è la passione nell’amicizia, c’è quasi tutto e, assieme alla passione… Io credo che il successo di un imprenditore, di una persona nella vita sia dato da un cocktail di ingredienti che sono tre sostanzialmente: 1) un quoziente intellettuale medio: non bisogna essere chiaramente degli ebeti, ma nemmeno degli scienziati, delle persone intellettualmente normalissime, e questo ingrediente lo metterei nello shaker nella proporzione pari al 20%; 2) che abbia questa passione nella misura di un 30%; 3) che chiude la parte mancante del 50%, ci vuole la volontà, la buona volontà. Se si vuole una cosa e si è disposti a sacrificarsi per quella cosa, a sgobbare, a dedicare molto tempo a quella cosa, allora si riesce.

 

Quale ruolo attribuisce alla paura?

È un grosso freno la paura, un grosso freno che può limitare e impedire di raggiungere un obiettivo. Anche avendo un grosso potenziale per poterlo fare, se hai troppa paura non si riesce a mettere in piedi un’azienda. Paura significa paura di ripartire da zero, paura di andare sottozero, cioè di crearsi un buco, di non essere più in grado di avere delle risorse per far fronte a danni quando la propria impresa non è andata bene. La paura è una brutta bestia, è necessaria perché se non c’è paura allora tutto diventa incoscienza e l’incoscienza porta poi a commettere dei grossi errori, però deve essere dosata, non bisogna aver paura di ripartire dal niente e di rigiocarsi tutto quello che si è fatto se si vuole essere un imprenditore.

 

Alla fine mi pare di intendere che soprattutto non bisogna avere paura della paura visto che non si può aggirare il rischio su cui si fonda ciascuna impresa. Quali sono secondo lei le virtù che un imprenditore deve avere?

Sono quelle di cui ho parlato prima, a questo potrei aggiungere che un imprenditore deve saper coordinare le risorse degli altri. La riuscita di un imprenditore è data soprattutto da questo. È fondamentale che si sappia attorniare da persone capaci e disposte anche a investire e a correre dei rischi assieme a te come imprenditore per cui, oltre a quello che è già stato detto prima, la passione, la volontà, il coraggio, la sensibilità, si tratta di avere l’intuizione nel capire chi è il tuo interlocutore, se è la persona che può aiutare a fare determinate cose bene, cose che tu da solo non riusciresti a fare. Io ho sempre avuto dei limiti in determinati settori o attività intellettuali. C’è chi scrive una relazione in 3 ore e chi la stessa relazione la scrive in 2 giorni. Io sono quello dei 2 giorni. E questa particolarità l’ho scoperta da poco, me ne ha parlato un amico imprenditore davanti a una pizza e a un bicchiere di birra. Mi ha spiegato che l’imprenditore è colui che appunto lega, incolla una serie di persone brave ognuna più delle altre in determinate pratiche, in modo che costituiscano un’azienda che riesce.

 

L’imprenditore deve perciò essere come il capitano di Machiavelli che sa parlare bene alle truppe. Un capitano che coordina e dirige le operazioni, senza alcun compromesso, verso la riuscita, verso la vittoria di una battaglia ritenuta immancabile. Egli tiene conto dell’occorrenza, dello stato delle cose e dirige i suoi collaboratori verso il compimento di opere che valgono. Mi accorgo ora che è mancato nel racconto delle sue imprese quella parte di esperienza relativa all’agenzia pubblicitaria e alla Gregoris-color.
È presto detto. Nell’81, venduta la Pizza Jazz di Azzano Decimo, acquistai a Bibione un bar con circa 900 posti a sedere e fu uno dei miei insuccessi peggiori perché comportò per me un crollo economico e finanziario che coinvolse anche il mio morale. Ritrovatomi improvvisamente in una situazione molto difficile, una persona mi consigliò di propormi per raccogliere la pubblicità per una TV privata. Ciò mi consentì di recuperare, in pochi mesi, un po’ di denaro dandomi di nuovo una base di partenza.

Giuseppe Gregoris quale titolare a suo tempo della Gregoris-color, dove stampavano e sviluppavano foto a colori, aveva appena aperto un centro di produzione di filmati e di audiovisivi. Amico mio di lunga data, mi propose, incontrandomi casualmente, di entrare nel suo staff dove feci una meravigliosa esperienza durata circa 5 anni. Questo mi consentì di scoprire il mondo della produzione e della postproduzione di filmati e di audiovisivi. Così imparai a conoscere le consolle, i metodi di montaggio elettronico, i sistemi di fusione fra filmati di un tipo e di un altro.

Nell’87, dopo una forte crisi della Gregoris-color, vista l’esperienza maturata nel settore degli audiovisivi costituii la Gruppo Project, una società di marketing e di pubblicità. In questo settore lavorai per circa altri cinque anni o sei e conobbi Alvaro Cardin, ex sindaco di Pordenone con il quale collaborai per alcuni anni. Assieme facevamo tutto quello che fa normalmente una società di pubblicità: la realizzazione di logotipi, di marchi, di immagini coordinate per le aziende, la produzione di filmati e campagne pubblicitarie che venivano pubblicate sul giornale e apparivano in TV e nelle trasmissioni radio.

Dopo questo lungo periodo pubblicitario, intenso dal punto di vista lavorativo e molto deludente dal punto di vista economico (il mondo della pubblicità è uno dei più difficili e quando uno riesce a guadagnare in questo settore, potrebbe fare paradossalmente qualsiasi altra attività) viste le insistenze di mia moglie che mi consigliava di lasciare questa attività, mi inserii nel mondo immobiliare. Così feci ed ora eccomi qua dopo undici o dodici anni in questa straordinaria impresa.

 

Pordenone, 23 aprile 2005

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