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Intervista a Marco Maiocchi


Brankica Beric intervista Marco Maiocchi


Il suo ultimo libro si intitola Il bel programma. Percezione, struttura e comunicazione. Sembrerebbe che bellezza e estetica non siano fondamentali nell’informatica. Che cosa ne dice?

Normalmente noi siamo abituati a pensare che l’informatica sia una disciplina orientata alla gestione, al profitto, al vantaggio, all’economicità. Però mettiamoci dal punto di vista di chi è dentro queste cose e i programmi li deve sviluppare, li deve costruire: la sua percezione è diversa. Deve scrivere dei testi.

È come dire che l’ingegnere o lo studioso di statistica sono persone dedite a un’arida disciplina di profitto: l’ingegnere deve costruire i motori che vanno verso elementi di produttività, di benessere, di economia; il matematico statistico va a vedere dei comportamenti su freddi numeri. Di fatto l’ingegnere ha un godimento interiore nell’analisi e nell’osservazione di alcune leggi termodinamiche. Questo problema è stato studiato pesantemente ed è stato scritto tantissimo sul rapporto tra bellezza e scienza e verità e realtà.

In particolare, il matematico, forse, è quello che riassume più di tutti questa cosa, perché molto spesso ha un appagamento nell’aspetto formale, magari nella dimostrazione del teorema piuttosto che non nel contenuto o nel significato. I viaggi di Gulliver rappresentano il paese dei matematici dove non c’è nessuna casa diritta, perché guai a usare la matematica per qualche scopo pratico.

L’informatica non è tanto diversa. Quando qualcuno scrive un programma, e quindi mette una istruzione dietro l’altra per far sì che un calcolatore, un computer sia in grado poi di eseguire certe operazioni, in realtà ha in mente una visione, una struttura che sono contemporaneamente una struttura interna al programma e una corrispondenza tra la struttura del fenomeno che si vuole governare, controllare e la struttura del programma. Quasi come un fisico che ha bisogno, per descrivere il comportamento delle onde elettromagnetiche, di una struttura esterna immaginata e di una struttura interna della teoria che corrispondano e che spieghino queste cose.

Allora il fisico che usa questi strumenti matematici, ha un appagamento che è proprio di natura estetica e non di natura funzionale all’uso della sua teoria. E l’informatico che deve prima modellare una sua realtà, non fa riferimento alla realtà del fisico fatta di elettroni, di onde elettromagnetiche, di corpi.

È una realtà che sembra più prosaica: di organizzazioni aziendali, di aziende, di ambienti, di processi chimici, ma che paradossalmente è più difficile perché non esistono teorie, non esiste precisione. Non esiste un comportamento irreversibile o non discutibile dei fatti. Ed è proprio questo che l’informatico fa: un’operazione di analisi di una situazione reale, la modella, e il suo appagamento è proprio nell’avere questo programma che risponde, come struttura interiore e come architettura nei dettagli e nelle macrostrutture, a una forma che lui riconosce essere corrispondente alla realtà. Ed è proprio un fatto di estetica, di appagamento estetico.

 

Qual è stato il suo percorso personale per giungere all’arte?

Chissà se è un percorso o se è un punto di partenza. Provo a immaginare che sia questo, perché uno poi si ritrova senza sapere esattamente quali sono state le molle, le cause... Di fatto quello che succede è che parto da fisico e quindi da colui che in qualche modo deve cercare di guardare una realtà e modellarla in qualche modo; riuscire a descriverla e a capirla; sgrossare e togliere tutto quello che non serve.

Che cosa faceva Galileo quando lasciava cadere le due bocce dall’alto della torre di Pisa? Inventava che non fosse rilevante il colore, il materiale di per sé, ma che fossero rilevanti altre cose: essenzialmente la forma e la concentrazione.

Man mano che si va avanti a esaminare qualche fenomeno più articolato e più complesso, si scopre che, in realtà, c’è una fortissima complessità delle cose. Quindi un modello fisico, riesce a descrivere un aspetto, ma non tutti gli aspetti della realtà. Non è complicazione: è proprio complessità. Ci sono strutture che sono autoreferenziali, che si ridondano, che si costruiscono attraverso giustapposizioni di vari aspetti che facciamo fatica a vedere.
Via via questo interesse di analisi della complessità, mi ha portato a cercare delle forme che, in qualche modo, potessero da un lato dominare la complessità, e dall’altro scardinare un pochino per riuscire a estrarre qualche piccola cosa.

C’è stata una esperienza che mi ha segnato molto una decina di anni fa, nel periodo in cui io cercavo di capire gli aspetti linguistici della matematica che mi erano chiari per formazione e gli aspetti linguistici dell’informatica che mi sono stati chiari per professione. Ma in quel periodo cercavo anche di capire gli aspetti linguistici della pittura, della linguistica vera e propria e della letteratura che diventano elementi di sfida, di viaggio in un paese incognito dove si usano degli strumenti mutuati da una disciplina per verificarne un’altra. E allora ecco che da lì arrivano le grammatiche, cioè i modelli delle fiabe che sono una manifestazione artistica, senz’altro folcloristica, che può essere riprodotta “meccanicamente”.
E dentro questo percorso, che era tra il giocoso e l’analisi delle strutture complesse, mi sono imbattuto, dicevo, una decina di anni fa, in un autore, che io ho trovato portentoso: Sasso. Questi ha fatto un’analisi della struttura degli anagrammi, che si trovano all’interno delle composizioni poetiche brevi e l’ha messa in correlazione con l’organizzazione, la formazione e la struttura del cervello umano.

E in qualche modo ha fornito delle ipotesi che rimbalzavano nei due campi. Io guardo come è fatto il cervello, e adesso possiamo saperne – per quanto sempre pochissimo – parecchio. E da qui capisco come analizzare le poesie. Poi guardo le poesie e da lì capisco come può funzionare il cervello con questi continui rimbalzi. E ho trovato questo, al di là dell’aspetto della specifica ricerca, metodologicamente di grande peso, perché ho incominciato a vedere complessità e struttura da tutte le parti: è stato un mondo che mi si è spalancato. E la complessità e la struttura è tanto più forte quanto più noi abbiamo una comunicazione così d’impatto, così immediata, così globale, così complessa che ci colpisce con emozioni invece di passare attraverso decodifiche razionali. Questo è stato senz’altro uno degli elementi del percorso più significativi.

 

Ci può proporre la sua elaborazione del termine comunicazione?
Elaborazione che in parte è mia e in parte è nell’aria e si sta diffondendo. Senz’altro per me, comunicazione non è più corrispondente al modello tradizionale alla Peirce, dove c’è una sorgente di informazione che trasmette, attraverso un canale, un messaggio con un ricevitore che sia in grado di captare questo messaggio e di decodificarlo.
È piuttosto un ambiente in cui ci sono molti attori, molti operatori che agiscono e ogni volta che si deposita un messaggio nell’ambiente, ciascuno di questi fruitori, ascoltatori, ricevitori è costretto a ricollocare la nuova informazione rispetto alle altre e quindi a rinegoziare tutte le relazioni che aveva.

Un piccolo esempio: un episodio come quello dell’undici settembre non è un’informazione, è un episodio che in un contesto socio-politico, economico, culturale, di globalizzazione, di povertà, di conflitti, di religione, mi costringe a rinegoziare tutte le mie conoscenze, le mie convinzioni con questo nuovo elemento, perché altrimenti non mi tornano più i conti.

E questa operazione che viene fatta non è più una comunicazione da una sorgente a un ricevitore ma è una comunicazione di cambiamento di un contesto che modifica tutte le relazioni.
Questo è il modo con cui si comunica: guarda caso, una visione ipertestuale, alla Internet, una visione di comunicazione globale dove tutti noi viviamo una comunità di comunicazione senza più l’invio di un messaggio. E quello che si comunica – questo forse è una parte che io ho più mutuato e che è meno presente nelle discipline correnti – quello che si comunica non è quello che si depone nell’ambiente, nel contesto. Non è un messaggio, ma è esso stesso un insieme di relazioni.

Quando io parlo trasformo in qualche modo l’idea in una struttura che ho bisogno, poi, di esprimere con un linguaggio. In questo caso è il linguaggio parlato il quale, evidentemente, è troppo povero per poter descrivere l’idea e la struttura. Quindi tenderà ad avere al suo interno delle altre strutture che saranno fatte di gesticolazioni, ma saranno anche fatte di anagrammi, di fonetiche, di onomatopee, e a loro volta ridonderanno il messaggio in modo tale che qualunque tipo di manipolazione, di perdita, alla fine, sia ridecodificabile e ricostruibile nella complessità originaria e non semplicemente nelle parole. È questo che permette la traduzione dei testi letterari lunghi. È questo che rende così difficile la traduzione della poesia breve, perché, evidentemente, la struttura è troppo compatta che a ricostruirla si perde. Questo è in generale il problema della traduzione, dell’ermeneutica.

 

È raro che gli imprenditori siano anche intellettuali. Qual è l’esperienza che ha fatto Lei?
La parola intellettuale sembra quasi alluda a una classe di persone. L’ideale dovrebbe essere che ciascuna persona sia parte di una realtà, e quindi agisca, non con un obiettivo limitato, come fa il fisico, ma cerchi di vedere in termini globali.

Io sono imprenditore forse un po’ per caso e un po’ per fortuna. Il mio obiettivo non era questo. Io, quando sono uscito dall’università, avevo un solo mito: la ricerca universitaria. Poi, ahimè, dispiace dirlo, l’inefficenza dell’università è tale che ci si annoiava lì dentro. Ho imparato per un periodo a non fare più niente ed era molto bello: ci sono pochi soldi, non si fa niente e la vita è meravigliosa.

Poi, mi è capitato, una volta, di accettare una consulenza, e il brivido di aver finalmente costruito da homo faber qualche cosa alla fine della serata, è stato tremendo, e da lì ho incominciato a pensare che non potevo vivere in un ambiente dove non potevo costruire. E siccome per meccanismi che hanno tantissime motivazioni non ci si possono prendere responsabilità significative all’università, e non si può costruire, non si può assumere, né costruire gruppi, e i processi sono molto lenti, ho cominciato ad affiancare le due attività. E la cosa è andata esattamente nella direzione di mantenere lo spirito e l’interesse, e di operare sul mercato e nella società da imprenditore più o meno esattamente con lo stesso spirito di costruzione e di interesse.

 

Lei ha già accennato a come combina lo statuto di insegnante con quello di imprenditore. Vuole aggiungere ancora qualcosa?

Io insegno dal 1973: sono tantissimi anni e continuo ancora adesso a insegnare con dei corsi ufficiali. Io sono titolare di posizioni universitarie e il fatto di dover studiare le cose che poi spiego, perché altrimenti non posso insegnarle, mi dà grande vitalità perché mi costringe a confrontarmi con qualcuno che poi le deve recepire. Il fatto di vedere queste energie nuove è anche una cosa estremamente appagante.

Ci sono un certo insieme di luoghi comuni sui giovani che dovrebbero essere analizzati dal punto di vista proiettivo, perché con tutta probabilità tutto quello che si dice di negativo sui giovani e sulle loro caratteristiche, è semplicemente un’immagine del fatto che noi delle generazioni precedenti abbiamo generato delle situazioni che poi non vogliamo riconoscere di nostra paternità. In realtà, quello di cui mi accorgo è che quando riesco a motivare dei ragazzi in università su un certo insieme di contenuti e di obiettivi, ottengo dei risultati, una dedizione e delle capacità incredibili. Questo non è solo molto bello. Questo è anche funzionale, perché così come io insegno, sono in grado di imparare da loro. Per esempio, non dò come tema d’esame: “...Costruite l’esercizio, verificate questo...”, con la soluzione già pronta in modo tale che io verifico se è giusto o sbagliato. Pongo sempre, invece, problemi nuovi che non conosco.

Per ultimo, – giusto per entrare nel tema che fa vedere come si integrano i vari aspetti – questa nota. Io insegno linguaggi ipermediali, quindi le cose che vanno a finire su Internet o nei CD rom. Ho posto il problema di individuare strutture nascoste nei quadri di Chagall con l’obiettivo di rigenerare nuovi quadri di Chagall mai esistiti. Io non so se c’è una soluzione.

Quando pongo un problema del genere, i ragazzi sono disorientati e non sanno da che parte incominciare. Allora io incomincio a insegnare gli aspetti metodologici. Come si fa ad affrontare un problema di questo tipo? Andiamo ad analizzare gli aspetti percettivi, perché la comunicazione passa di lì. Proviamo a classificarli. Andiamo a vedere se questi aspetti percettivi siano simboli di qualche cosa. E proviamo a classificarli. Andiamo a vedere se ci siano le relazioni tra gli aspetti percettivi. Andiamo a vedere se ritroviamo le percezioni tra il significato di questi significanti. Andiamo a verificare se riusciamo a trovare delle regolarità tra le centinaia di quadri di Chagall. Proviamo a inventarci la grammatica, la regola: che cosa sta dietro la bellezza del quadro – ovviamente sono tentativi molto rozzi – e sulla base di questo, proviamo ad applicare le regole e ricostruire qualche cosa. Non viene niente di sensato, ma il percorso è meraviglioso e i ragazzi si entusiasmano, imparano tantissimo e imparano l’aspetto metodologico. E io, questo, non lo voglio proprio mollare.

 

Che relazione vede tra arte, cultura e impresa?

Vediamo un po’ quali sono i modelli più avanzati di definizione di impresa che si trovano oggi al mondo. Noi abbiamo in mente l’impresa che è il soggetto dedito al profitto. Poi abbiamo un certo insieme di anomalie: Adriano Olivetti è stato celebrato di recente con l’istituzione di un premio all’imprenditore dell’anno, e non era esattamente il modello di colui che si dedica al profitto. Però è uno di quelli che ha fatto crescere la sua azienda più di tutti.

Allora che cosa c’è dietro? C’è una associazione che è una emanazione della comunità europea, che si chiama European Foundation for Quality Management, che costruisce questo modello: l’obiettivo di un’impresa dedita al profitto non può essere il profitto, perchè di aziende senza profitto ce ne sono che stanno in piedi, ma aziende senza clienti no. Ciò vuol dire che il cliente è più importante, che il profitto è una conseguenza del cliente e che il cliente deve essere soddisfatto. Più clienti ci sono più profitto ci sarà. E una volta che ci sono i clienti e c’è il profitto, se io non bado anche alla struttura interna, e quindi ai dipendenti, rischio di avere clienti contenti, imprenditori e azionisti contenti, ma dipendenti scontenti: il che determina poi il fatto che il dipendente se ne vada, e primo tra tutti il migliore. Allora l’unico modo per non impoverire l’azienda è: cliente contento, profitto, e parte del profitto, redistribuito in tanti modi al dipendente. In tanti modi vuol dire in termini di partecipazione, anche economici, ma non necessariamente; in temini di trasparenza, di carriera, di costruzione di ambiente, di prospettiva e di crescita dell’azienda stessa.

Tutti i problemi che noi abbiamo con l’immigrazione, sono esattamente un’indicazione che c’è una separazione di ricchezza troppo forte. Il problema della globalizzazione sembra sia quello che si tolgono un certo insieme di diritti o di possibilità ad alcuni paesi, e di identità. E non pensiamo mai che la globalizzazione riguarda il 10% della popolazione ricca. Il 60% della popolazione del mondo non ha mai fatto una telefonata e magari un po’ di globalizzazione a loro non farebbe male, perché c’è la fame di mezzo. Bisogna, quindi, realmente produrre ricchezza attraverso un indotto di aspetti economici e anche di aspetti culturali.

Se io, adesso faccio lo stesso grafico e metto su un asse, il prodotto interno lordo pro capite e sull’altro, in qualche modo, degli aspetti culturali e artistici, io sono sicuro che trovo la stessa cosa. Qual è la correlazione? Difficile capire. Senz’altro, però, al crescere del benessere va di pari passo il crescere della cultura, delle arti e di questa estensione della acculturazione nobile delle persone.

Allora il fatto che un’azienda sia dedita al profitto, deve chiudere il cerchio e pensare che l’unico modo con cui riuscirà a sopravvivere nel futuro, è agire sul territorio, per esempio, con manifestazioni culturali, o con dei contributi culturali o andando a insegnare all’università. Non producendo dei tecnici. Come si fa a ottenere questi risultati con questo modello? Ci vuole leadership e politiche di strategie molto chiare, diffonderle, e gestire molto bene tutte le risorse dell’azienda: finanziarie, economiche, materiali e soprattutto la risorsa umana che è l’aspetto più rilevante, e calare tutto in processi che devono essere fortemente controllati.

L’unico modo per essere impresa oggi è quello di vedere a 360 gradi tutti gli aspetti, e quindi anche quello della cultura, dell’arte.

 

La ringrazio.

I valori che in qualche modo si recepiscono nella famiglia sono di questo tipo: chiuso il profitto, bisogna poi, in qualche modo, sponsorizzare una mostra, così il marchio del prosciutto c’è anche lì. Oltre che il problema della famiglia e della cultura locale, esiste anche il problema più vasto della televisione, dei giornali.

La televisione era molto differenziata molti anni fa. Adesso la televisione è allineata perché ha un unico problema: l’audience.

Lo stesso meccanismo è quello che ha prodotto quell’ondata di speculazione con questa crisi che c’è stata, sulla nuova economia. L’obiettivo del neo imprenditore della nuova economia era quello di dire: “Ho una bella idea, senz’altro funziona. Mi metto lì sopra, faccio qualche cosa, vado in borsa, divento ricco e poi vado ai Caraibi”. Non funziona così. Non è vero. La cosa scoppia perché ci vuole tanta fatica e perché l’obiettivo non può essere quello dei soldi, ma è quello della costruzione. Il bambino non si diverte alla fine del gioco, si diverte giocando. È proprio questo l’aspetto.

 

22 dicembre 2001

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