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Giorgio Antonucci, Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri, p. 400.

Collana L’alingua.

 

Il Diario dal manicomio di Giorgio Antonucci si tesse della sua esperienza di medico durata oltre vent’anni nei manicomi di Cividale del Friuli, Gorizia, Imola e Bologna.

“Quello che scrivo è frammentario o se si preferisce rapsodico. L’ho composto così volutamente perché ho pensato di lasciargli l’immediatezza e la freschezza degli appunti su un taccuino”. E sono aforismi, poesie, pensieri delle persone internate che nessuno ascolta; e, ancora, annotazioni di letture e sogni, sogni senza interpretazione, sogni melodie come a indicare l’altrove, incancellabile anche dopo decenni di reclusione.

Questa testimonianza, questo flusso ininterrotto di scrittura senza la canonica divisione in capitoli, in sezioni, questo bellissimo romanzo della parola incontrollabile, costituisce una lezione, un insegnamento di vita. E la vita non è compatibile con la segregazione. Libera, la vita. E non in libertà, più o meno vigilata, più o meno provvisoria. La vita non trova il suo limite di funzionalità nella malattia. E la cura è sempre un dispositivo che non combatte il male della malattia.

Antonucci scrive che l’attribuzione di malattia mentale costituisce una svalutazione della vita. In effetti, un pregiudizio. Il trattamento della malattia mentale realizza la libertà ideale. Esiste forse una salute ideale? I mezzi sempre più perfezionati, gli psicofarmaci sempre più efficaci, sono subentrati alla lobotomia, alla camicia di forza, all’elettrochoc. Una violenza molto dolce e accettabile anche alle anime più sensibili. E dei cosiddetti pazienti, poco importa: basta che sia salvaguardata l’incolumità sociale.

Il manicomio costituisce l’applicazione della civiltà illuministica, ovvero “del concetto generico di uguaglianza che non tiene conto delle sfumature e delle ricchezze”. Ma la cosiddetta civiltà illuministica che si avvale di concetti chiari in nome della libertà di tutti, tuttavia fallisce. È forse ammissibile la limitazione della libertà di qualcuno purché sia salvaguardata la libertà di molti? Vale il concetto di maggioranza? “Per idee astratte si possono compiere grandi danni con la convinzione e la pretesa di essere benefattori”. Il concetto di maggioranza, caro alla democrazia, in effetti costituisce un esercizio del potere. Ogni luogo comune è proprio della maggioranza che va salvaguardata in ogni modo, anche e soprattutto con l’espunzione della causa di disagio e di disturbo. Per il suo bene. In effetti, per il bene del conformismo e del luogo comune.

“I medici si vedevano sul luogo di lavoro solo quando c’era qualche insignificante cerimonia ufficiale indetta dai dirigenti del manicomio per esibirsi con le autorità cittadine. Durante le cerimonie pubbliche a cui partecipavano il sindaco e altre autorità […] in uno dei viali del parco veniva esposto uno striscione con sopra scritto ‘Per la libertà di tutti’, ma il nastro era agganciato alle inferriate delle finestre di quei padiglioni in cui le persone si trovavano rinchiuse”.

Non c’è crudeltà che non sia giustificata in nome della salute sociale e dell’ordine costituito. Non c’è ordine da mantenere. L’ordine sociale risponde alla necessità di controllo e di protezione dei sudditi ritenuti deboli e incapaci. Possiamo forse accettare la militarizzazione della società in nome di una vita vivibile, calma e pacifica con tutti? Antonucci mette in questione tra le righe il dispositivo di governo conformista che, all’epoca era rappresentato dal partito comunista. Si tratta di assegnare a ogni suddito una quota di libertà che trova il suo limite nella quota di un altro soggetto? Questo è il principio della segregazione e non c’è da stupirsi se si è manifestato nella creazione dei manicomi. Tutt’altro che aboliti, come scrive Antonucci.

Continuiamo e leggiamo i versi, i pensieri, le poesie che i ricoverati consegnavano in bigliettini a Giorgio Antonucci. Il cielo e le stelle, l’alba e la notte ritornano quasi in ciascuna poesia. E il silenzio. Intoglibile, nonostante le grida degli infermieri, le angherie e i ricatti. E gli stupri alle giovani donne. “[…] il mio silenzio vi sembra un pericolo. Sono molti anni che non parlo ed evito ogni comunicazione con gli altri”. Se l’uomo è un animale sociale il silenzio è un pericolo, perché ripropone l’individuo che la socializzazione e la condivisione vorrebbero togliere. Tutti uguali. L’individuo è oggettuale e non sopporta la compagnia. E la comunicazione non condivide nulla. Comunicare vale, secondo l’etimo, a “prendere un pasto in comune”. Quale pasto? “I primi esseri viventi, scrive Antonucci, comunicano solo per divorarsi e il rapporto è solo di morte”. I primi. Forse, ciascuno è ben più che un essere vivente.

La poesia costituisce la via della salute laddove questa è negata. La poesia non grida ma si avvale del silenzio della parola, di quella rarefazione e di quel niente che si scrive a dispetto della sostantificazione della vita. “In quei giorni ci incontravamo ai margini del cortile e ci guardavamo in silenzio”.

Ciascun intervento di Antonucci volto a introdurre l’arte è sabotato dai medici, dagli infermieri impauriti dalla novità. L’arte impedisce di esercitare la conoscenza. Ogni competenza ha il suo bagaglio di conoscenze che si applicano a qualcosa di immobile. Se la parola avesse luogo, se fosse secreta da qualche organo, allora basterebbe intervenire nel luogo giusto: magari con la lobotomia o con gli psicofarmaci mirati. Ma la parola è in viaggio. “Quando chiudo i miei occhi vivo nel sole”.

Instancabile, Antonucci convoca musicisti e pittori, gli studenti del Dams e i semplici cittadini a visitare il manicomio, persino a giocare a biliardo con i ricoverati. E abbatte mura e porte. Ciascuna persona, a un certo punto, è libera di uscire. Alcuni, oramai senza famiglia e senza nessuno che più li voglia, rimangono. E continuano a girare in tondo come prigionieri, professionisti della malattia mentale. Ma sono molti i viaggi. Anche a Vienna. E nessuno si accorge che ha a che fare con internati.

Le denunce e i provvedimenti disciplinari arrivano per Antonucci quando prova a restituire ai ricoverati le pensioni che da molti anni giacciono nelle banche. Allora si mobilitano i partiti e l’amministrazione. E la magistratura si prova a interdire gli interessati. Invano. “Io sono in volo senza misura di tempo forse sono minuti forse sono anni”.

Questo libro è testimonianza di battaglia intellettuale, battaglia pragmatica senza tornaconto, battaglia per l’uomo, “quadro senza contorni”. Battaglia di vita e scrittura civile.

 

E.B.

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