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Shen Dali, Gli amanti del lago. Sotto il sole di Mao, pp. 280.

Collana Romanzi.

 

Yi Mong insegna francese a Pechino. Ha vissuto in condizioni durissime a causa della persecuzione del regime maoista. L’arrivo di Sabine Rolland dà alla sua vita una piega inattesa. Ma chi è vissuto nei campi di rieducazione e ha scontato molti anni di carcere a causa di reati non commessi, forse può trovare difficile vivere con la donna che ama. In effetti, quando si incontreranno di nuovo a Parigi dopo quindici anni di separazione, non possono vivere felici e contenti. Nessun happy end. Nessuna conclusione favolistica della vita.

Laddove si tratta (p. 218) di “riconciliare un passato disperato con la vita”, come dice Yi Mong, subentra “un’angoscia inspiegabile”. La vita non è composta di passato, colmo di dolore e di negatività, e di presente in cui la felicità sarebbe a portata di mano.

Yi Mong ha forse fatto un compromesso con se stesso abituandosi “a una certa condizione di esistenza” (p. 218)? E tuttavia l’angoscia che in Yi Mong sembra ricoprire il piacere della vita e della novità, evita la cancellazione della memoria. Il passato non è un brutto ricordo. L’angoscia annuncia il debito. E l’amore si nutre del debito. La vita è in pericolo (p. 265) se la soddisfazione significa la fine. La sessualità non cancella la difficoltà. Questo indica forse (p. 269) “l’attrazione magnetica” per l’abisso, quell’abisso che sembra avere inghiottito i due amanti. Il romanzo tuttavia si conclude lasciando aperta la porta. Non sappiamo dove Sabine e Yi Mong andranno. Non si tratta più di trovare il luogo per realizzare la vita ideale, la vita in comune, quella Comune che i cinesi tentarono di applicare direttamente dalla rivoluzione francese.

L’idea comunista di realizzare il paradiso in terra costituisce un’applicazione del potere divino. Un’idealità. Ogni potere si nutre dell’immolazione della vittima. Crea la vittima per sostenersi. Se Yi Mong si fosse lasciato andare, come gli suggerisce Sabine (p. 214), avrebbe vissuto nel presente, nel realismo. Yi Mong non porta rancore (p. 182) contro chi gli si mostra ostile. Il romanzo non è scritto per dare voce alle vittime. La reazione, anche se giustificata, è sempre un cedimento. Allo stesso modo è un cedimento il “conformarsi alle usanze dei paesi dove ci si trova” (p. 246). L’epoca esige il conformismo, l’accettazione del proprio ruolo e si scaglia contro chi non aderisce e non propaga il fantasma di appartenenza. Per questo motivo il professor Yi Mong è stato perseguitato.

Ancora. Solo in apparenza Yi Mong sembra vivere di un amore ideale. In effetti l’amore sorge laddove è assente l’idea di reciprocità, di fratellanza (p. 232). Questo è il transfert. Yi Mong vive nella tensione e trova la forza nel contrasto assoluto. La poesia non si contrappone più alla presunta realtà. Non c’è più realismo, non c’è più la vittima che si nutre e si divora della realtà negativa. A un certo punto, per ironia della sorte (p. 64), Yi Mong non vuole più uscire di prigione. Era felice perché continuava l’apprendimento del francese. Ecco il bello della ricerca! Non c’è più prigione, ma dispositivo di vita con ciascuno. È l’idea di realizzare il socialismo che porta alla realizzazione della prigione.

Un’altra questione. Quanto il discorso occidentale impregna il cosiddetto Oriente? La ricerca dell’armonia che unifica “costituisce il nocciolo della tradizione cinese” (p. 79) o è un concetto platonico che ha, come altra sua faccia, l’invidia sociale propria al realismo socialista?

Nel romanzo, la circostanza che scatena la persecuzione contro il professor Yi Mong è l’episodio (p. 50) della donazione di uno jiao. Nessuna rovina. Ognuno rovina se attribuisce la colpa all’Altro, come nel caso di Mao “che non accettava di essere chiamato in causa” per rispondere degli errori politici (p. 61). Questa la delega. La delazione è funzionale al potere. E la ricerca di un’armonia totale costituisce nient’altro che l’esercizio del potere: idea nefasta alla vita.

 

Erik Battiston

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