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La vita stressante, la vita pulsionale

Mariella Borraccino

Testo pronunciato all'8° Congresso internazionale di medicina Stress. La clinica della vita (Villa San Carlo Borromeo, Senago-Milano, 10-12 maggio 2002)

Ciascuno è abbandonato alle sue forze nell'itinerario che compie e in cui esiste quando si effettua come evento. Non si tratta di forze fisiche ma di una forzatura che non raggiunge l'oggetto e, avendo come meta l'esca, si rivolge alla cifra. Questa forzatura è la spirale della vita, è il viaggio della vita. "Da dove vengono le cose e verso dove vanno" è la formulazione di questa forzatura, di questo viaggio, che lascia sempre senza soluzione il "dove", il suo oggetto, e si rivolge all'insignificabile, con i suoi effetti di verità e di riso. Non fa soggetti questa forzatura: consente la natura delle cose - il funzionamento sintattico e frastico della forzatura, per cui è una natura intellettuale, irrappresentabile - e l'humanitas delle cose - il funzionamento pragmatico della forzatura, l'humus del malinteso.
E constatiamo che lo spaccio in voga nel cosiddetto mondo è quello della paura di una forzatura che non raggiunga nessun bersaglio, nessun target, e non crei, quindi, nessun soggetto, nessuna vittima. Il target resta l'esca, la meta di un destino pulsionale che non lo raggiunge mai. E, qui, è appena il caso di accennare allo spreco costituito dall'idea d'individuare il target nelle cosiddette campagne pubblicitarie: ne risulta un modellino legnoso, conformista, fasciato - per fasce di età, fasce di reddito -, che ruota su se stesso in un poligono di tiro. Lontano dalla portata dell'esca. E distante dall'inquietudine della maschera, che oscilla imprendibile per qualsiasi traiettoria diretta. Offesa insostenibile.
Contro la traiettoria a spirale della pulsione - questo vero e proprio stress - secoli di determinismo a tentare di tirare un nesso lineare, un fantasma di deduzione fra l'esca e la causa, fra il funzionamento e i suoi effetti. Nella pulsione, nella spirale della pulsione, nello stress, niente è soggetto alla geometria o all'algebra. Per questo non c'è adito all'imboscamento o allo smarrimento, non c'è riparo dalla pulsione nel bosco o nel deserto. Impossibile situare lì la nostra origine o l'origine del fatto. Anzi, l'idea di origine risulta una fantasmagoria della spirale della pulsione. E fantasmagorie della spirale anche le idee di allentamento e di accelerazione, di rilassamento e di velocità, di sospensione e di fretta.
La vita pulsionale ha il disegno del testo del rinascimento, del testo di Machiavelli: il disegno della spirale. Una vita… stressante: con il suo ritmo, i suoi appuntamenti, la sua missione e la sua destinazione; con storie, tante, e giri e raggiri; e, qua e là, qualche brevità, qualche invenzione, fino all'estremo prodotto, il valore insignificabile, indecifrabile. Ecco cosa scrive Armando Verdiglione del disegno della pulsione in un dispositivo del testo di Machiavelli, la "legazione": "La dedica e la conclusione, l'apologo e l'epilogo, l'inaugurazione e il congedo senza finalismo e senza chiusura, l'ironia senza polemica e senza polemologia, le anfibologie senza impianto mitologico, gl'impersonaggi, le storie, le favole, il tono, le sentenze, gli aforismi, la qualificazione della cosa, fra la tensione e l'intensità di lingua" (1). Fino al ghiribizzo, al piacere del ghiribizzo. Nessuna rettilinearità, nessun soggetto.
Nulla, nella vita pulsionale, la vita stressante, giustifica la soggettività. Nemmeno la depressione. La depressione, anzi, mette in risalto l'inassegnabilità a se stessi della pulsione. De-pressione: impossibile dire "seguo il mio istinto", "è un mio desiderio", "ho i miei bisogni". De-pressione: istinto, desiderio, bisogno non sono personalizzabili, visibili, manifestabili. De-pressione: la pressione lontana dalle avatare vitalistiche, pompieristiche, dinamicistiche.
Le facoltà universitarie di psicologia, in Italia, diffondono una superstizione, la dinamica. La dinamica psichica è l'idea di una scena circolare in un corpo meccanico, che lo trasformi in un corpo elettrico a tensione continua. In questa scena, i fantasmi, confliggendo, toccandosi come anodi e catodi, come poli negativo e positivo, farebbero scintille, animando il circuito. Il cerchio è l'animale fantastico senza eccellenza, modello dei modelli, un modello madre. La madre conflitto fra positivo e negativo, la madre di tutte le guerre. A tale madre conflitto risponde il fantasma materno con le sue macchine del tempo: figli pigri, figli lenti, figli indolenti, figli veloci, figli kamikaze.

Lo ha ribadito Armando Verdiglione, nel novembre del 2000, nell'ambito del laboratorio editoriale con Marco Maiocchi: la pulsione è secondo la logica, seguendo il modello, vale a dire seguendo sia il fantasma sia la gamma di equivoci, di inganni e di alienazioni (2). La modellatura pulsionale, così, non è né di un corpo creduto meccanico o elettrico, fino a ieri, né di un corpo telematico, oggi. Risulta la telematica stessa, cioè la qualificazione delle cose, l'approdo all'incredibile. Il modello ha una destinazione pulsionale: rivolgersi all'incredibile.
Il corpo è un lato della domanda, un lato della pulsione, un lato dell'itinerario pulsionale: è "da dove vengono le cose". Il corpo, quindi, non subisce la pulsione. La scena è un altro lato della domanda, un altro lato dell'itinerario pulsionale: è "verso dove vanno le cose". La scena, quindi, non è il luogo dove la pulsione possa derogare o impazzire.
Nell'itinerario, di cui Armando Verdiglione compie la formalizzazione, vige la combinazione di corpo e di scena, non il loro rapporto, la loro dicotomia, il conflitto o la conciliazione ideale psiche-corpo, sostenuti dalla psicosomatica. Perciò l'itinerario consente al corpo di non diventare somatico e alla psiche di non trattare il corpo incorporandosi, facendolo diventare animato, vale a dire corpo ventriloquo.
E quale lingua parlerebbe questo corpo parlante, questo corpo ritenuto soggetto alla psiche, stressato dalla psiche? La lingua psicosomatica è la lingua delle dicotomie, dei patemi, delle flagellazioni in nome di un'idealità, il rapporto, il cerchio fra dicotomia e conciliazione. È la lingua che insegue questo rapporto impossibile, questo animale di fantasia, fino alle deformazioni dell'araldica medica, che tira, attraverso le generazioni, le linee respiratorie, cardiocircolatorie, renali, colecistiche, gastriche, intestinali, mammarie, ovariche, uterine, articolari.

Dove la fisiologia - vale a dire il discorso occidentale che pretende di governare sul funzionamento delle cose senza la tripartizione del segno, senza l'equivoco, la menzogna e il malinteso - ha immaginato il sistema, togliendo dall'immagine il tempo, l'anatomia, lì sorge l'araldica familiare, con le sue insegne, le sue deformazioni, sorge l'immagine pretesa senza tempo. In altri termini, l'acciacco.

L'acciacco è genealogico. L'acciacco - che chiamiamo altrimenti "cronicizzazione" - viene dall'assenza dell'anatomia del tempo nell'immagine, nella sembianza.
Ciò che va contro il corpo in gloria, contro la combinazione di corpo e scena, contro l'itinerario, contro il cattolicesimo, contro il rinascimento, per ripristinare l'animale fantastico, comporta un restyling della vita, un tentativo di deformazione, di adattamento, di normalizzazione dello stress. E potremmo fare un elenco di questi tentativi di restyling, a partire dalle 95 tesi di Lutero, che togliendo l'indulgenza all'itinerario hanno tolto la base dell'intervento del tempo anche nella sembianza.

Attribuire l'eternità all'intervento di dio e non del tempo fa il corpo protestante, un corpo predestinato dalla sua fisiologia, dalla sua genealogia, dalla sua araldica. Quello di Lutero, dice Armando Verdiglione in una conferenza del 1997 (3), è un compromesso con il paganesimo sempre emergente, vale a dire con la rappresentazione pagana del due, con la psiche diabolica che tratta il corpo, lo anima, mettendolo in soggezione; è un compromesso con la psicosomatica, un'eresia antichissima.

La mitologia medica e psichiatrica chiama organico (danno organico, causa organica…) l'esito di questo conflitto eretico fra la psiche e il corpo, tentando di riportare in osservazione - vale a dire in deformazione, in assenza di formazione, di percorso culturale attraverso la struttura dell'equivoco, della menzogna e del malinteso - tutto ciò che non può isolare, raggiungere o significare.

E Lutero riteneva il cattolicesimo una deformazione del Vangelo, un diabolico trattamento del corpo del Vangelo.

Quando, nel viaggio del pianeta, è emerso l'itinerario con il suo destino pulsionale di approdo al valore, al capitale, alla cifra, alla qualità, è sempre intervenuto un tentativo di normalizzazione, di allineamento della pulsione, di restyling della spirale della pulsione.
Di che cosa si è trattato, nel 1831, con la sindrome da consunzione di Johnson? Di una reazione all'emergenza della rivoluzione industriale, attraverso la favoletta morale della termodinamica. E via via, di che cosa si è trattato con le sindromi psichiatriche compilate a partire dagli inizi del novecento? Di un tentativo di trattamento della breccia di Freud, della linguistica, della logica matematica, di quello che Armando Verdiglione chiama, nel volume La mia industria (4), il protointernazionalismo dei primi decenni del novecento.
E di che cosa si è trattato con la diffusione, da parte della mitologia medica e psichiatrica, della prescrizione della sindrome dell'Aids alle nazioni e ai continenti interi? Di un restyling delle macchine del tempo -- sopra tutto di quelle che si presentano come fantasmi d'infezione e di contagio --, con il concetto di sindrome.
Syn dromòs, in greco: ciò che corre insieme, che concorre. Così l'Africa dovrebbe correre al passo dell'America, al passo militare delle guerre intentate dai gestori del business della salute. Dovrebbero correre insieme, nella sindrome, verso la significazione di una vita dicotomizzata fra bene e male, cose che non corrono insieme: il problema, l'ostacolo, il sintomo, il disagio, la difficoltà, la maschera, il carnevale, la differenza.
E che dire della sindrome con cui lo psicologismo ha tentato e tenta di ammalare il pianeta, quella dell'affettività-aggressività, dualismo pagano che forma tuttora lo "psicologicamente corretto", la corretta perversione sia personale sia sociale, base delle periodiche campagne di marketing e di prescrizione della salvezza, che provano a impaurire e a affliggere il pianeta?

La nuova nosologia medica non è la nosologia dei sintomi, non è la nosologia delle malattie, è la nosologia delle sindromi, dei quadri, degli inquadramenti, che hanno il compito di adattare lo stress, di normalizzare l'itinerario pulsionale, di applicare il paganesimo in voga nel mondo: la dicotomia psiche-corpo, che viene chiamato "animale razionale" ieri e "animale semiotico" oggi. Versione aggiornata delle eresie dualiste, delle eresie che fanno del segno un rapporto, sorte contro il cristianesimo prima, contro il cattolicesimo poi.

Ecco la sindrome da negazione dello stress. Prima, c'è un'anticamera: preoccupazione eccessiva, irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà di concentrazione, irritabilità, tensione muscolare, sudorazione, alterazione del sonno. Poi, accelerazione del battito cardiaco, terrore di un attacco di cuore, di tachicardie, crisi di panico, pianto o rabbia, blocco sternale, sensazione di soffocamento. Infine, la cronicizzazione: dolori posturali, mal di schiena e degli arti, disturbi alimentari e intestinali, eruzioni cutanee.
Come notate, quando entra nel sistema della sindrome ciascuno di questi termini viene tolto dalla sua intellettualità, dal suo itinerario intellettuale, per divenire "rapporto" fra un soggetto supposto e un significato, che, se noi indagassimo, risulterebbe, invece, un bel malinteso, che potrebbe condurci al riso.

Oggi, la nosologia medica elenca le sindromi, pretese patologie di un fantasmatico rapporto, di cui viene data una forma ideale, una forma pagana (e l'araldica esplora l'impossibile rapporto, l'impossibile divisione e conciliazione dell'uno in due: alto-basso, amico-nemico, uomo-animale), forma che va ripristinata attraverso la significazione, cioè la purificazione della parola dal suo viaggio intellettuale, dal suo viaggio pulsionale.
Ciò che oggi si fa "contro lo stress" (con la promozione e la prescrizione del rilassamento, la demonizzazione del pensiero - dio, l'operatore -, le religioni del dosaggio dell'adrenalina, le religioni del magro e del grasso, le religioni della pelle esente da piega), è una scusa, una giustificazione per il passaggio all'azione, al restyling, alla normalizzazione, alla banalizzazione della pulsione.

Concludo con una citazione di Armando Verdiglione. "I problemi che ciascuno avverte, rappresenta, enuncia, ostenta, serba in segreto costituiscono forse i segni dell'assoggettamento e del servizio, del domestico e dell'umano? Oltre le colonne di Ercole, oltre i problemi, ciascuno incontra - in un itinerario intellettuale - un progetto in atto dove le stesse superstizioni divengono ingredienti del gioco (lungi dal frenare qualcosa)" (5).


(1) A. Verdiglione, Niccolò Machiavelli, Spirali, Milano 1994, pp. 115-116. Spesso, nel testo di Machiavelli, troviamo il racconto della "giornata": ecco due esempi tratti dalla Clizia e dall'epistolario.
"SOFRONIA Chi conobbe Nicomaco un anno fa e lo pratica ora ne debbe restare maravigliato considerando la grande mutazione ch'egli ha fatto. Perché soleva essere uno uomo, grave, resoluto, rispettivo. Dispensava el tempo suo onorevolmente. E' si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno: dipoi s'egli aveva faccende in piazza, in mercato, a' magistrati, e' le faceva, quando che no, o e' si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli o e' si ritirava in casa nello scrittorio, dove ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti: dipoi piacevolmente con la sua brigata desinava, e desinato ragionava con el figliuolo, ammunivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esemplo antico e moderno gl'insegnava vivere: andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi e onesti: venuta sera, sempre l'Avemaria lo trovava in casa, stavasi un poco con esso noi al fuoco s'egli era di verno, dipoi se n'entrava nello scrittoio a rivedere le faccende sue: alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era un esemplo a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare, e così andavano le cose ordinate e liete. Ma dapoi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si stracurano, e poderi si guastono, e traffichi rovinano: grida sempre, e non sa di che, entra ed esce di casa ogni dì mille volte sanza sapere quello che si vada facendo, non torna mai a ora che si possa cenare o desinare a tempo, se tu gli parli e' non ti risponde o e' ti risponde non a proposito..." Clizia, scena IV.
"Firenze, 10 dicembre 1513… Io mi lievo la mattina con el sole et vommene in mio boscho che io fo tagliare, dove sto dua hore a rivedere l'opere del giorno passato et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co' vicini… Partitomi dal bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordomi de' mia, godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada nell'hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose et noto varii gusti et diverse fantasie d'huomini… Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugniaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì giuocando a criccha, a triche-tach et poi, dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Così rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa… Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro…", Lettera a Francesco Vettori.
(2) Id., in Marco Maiocchi, Il bel programma: percezione, struttura e comunicazione, Spirali, Milano 2001, pp. 97-98.
(3) Id., in "Il secondo rinascimento", Dove sta la novità, n. 44/1997.
(4) Id., La mia industria, 1a edizione Rizzoli 1983, p. 7, 2a edizione Spirali 2002.
(5) Id., Il giardino dell'automa, Spirali 1984, p. 311.

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