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I giovani, le donne, gli anziani e il viaggio intellettuale.Chi è psicanalista? Chi è cifrante? Chi è brainworker?

Antonella Silvestrini

Intervento in occasione della presentazione del libro di Massimo Meschini Per una clinica della parola.Trieste, 21 giugno 2002.

L'incontro con Massimo Meschini e la testimonianza che egli, da protagonista, mi ha dato della battaglia intellettuale inaugurata da Armando Verdiglione nel 1973 sono valsi per me da inaugurazione di un itinerario di libertà intellettuale.

Ho incominciato l'analisi per via di una strettoia che metteva in risalto la difficoltà estrema, strutturale del vivere. Così mi sono imbattuta nell'esperienza della parola originaria, della vita originaria: quella strettoia, quell'Angst, che percepivo così prepotente, apparteneva alla vita, non era una reazione a essa. Mi avvertiva che la vita non ha nessuna necessità di accomodarsi nell'habitus della sopravvivenza.

Mi accorsi subito, nelle prime conversazioni con Meschini, che l'angoscia sta dove le cose incominciano e aumentano e che l'idea opera affinché queste cose si scrivano, non perché si realizzino. Avviavo così un'indagine linguistica nuovissima: constatavo che l'atto di parola è un atto arbitrario in cui la combinazione degli infiniti elementi non risponde né a una facoltà né a un'intenzione, ma al lavoro di un autore inconscio. L'autore non siamo né io, né tu, né lui. È un nome anonimo e innominabile, dal cui lavoro non c'è riparo. Nemmeno all'ombra di un altro nome. "Che importa ai cavalloni del tuo nome di re?", dice il nostromo della nave nella Tempesta di Shakespeare.

Il lavoro dell'autore vale già a instaurare la questione intellettuale nel nostro itinerario, è essenziale per leggere con altre virtù, con altra proprietà, il testo che ci è stato consegnato e che occorre restituire in cifra. Quella che si prospettava dinanzi a me era un'altra lettura. Senza briglie interpretative, ideologiche o conformiste.
Senza più umanesimo, senza più romanticismo, il testo di Dante, di Ariosto, di Shakespeare, di Pirandello, di Svevo, di Joyce, di Beckett è un altro testo.
Questa la portata straordinaria della cifrematica: la lettura esclude lo spreco intellettuale.

"È ben diverso", scrive Meschini nell'epilogo a questo libro, "se ciascuno vive nella parola originaria che lo muove, secondo la logica che gli è propria: l'inconscio. Allora inizia il vivere lungo la scrittura pulsionale. Allora, le cose si scrivono in modo inedito, imprevedibile e mai prescritto, mai sottoposto al principio di morte e di fine del tempo. Allora si sviluppano la curiosità intellettuale, l'interesse per la cultura, l'arte, la scienza, la qualità delle cose", p. 303.

In queste pagine bellissime, che danno il tono all'intero libro, Meschini si rivolge ai giovani, sollecitandoli alla battaglia intellettuale, senza nemici, che non intraprende le vie della mediazione, che non s'interessa ai compromessi e non si occupa di collezionare successi, perché mai può dirsi finita. Battaglia non facile, che nella sua semplicità risulta scomoda alle consorterie e alle comunità e non lascia indifferenti.

A Venezia, nel luglio di due anni fa, al termine di una conferenza intorno alla psicanalisi senza professionismo, Massimo Meschini mi disse: "Più che mai mi accorgo che la breccia della parola originaria non è intesa naturalmente o una volta per tutte. Occorre una battaglia intellettuale senza accomodamenti, che non può essere data per scontata. Occorre trovare dispositivi nuovi, di comunicazione, con forza e senza preclusioni. Ho raccolto molto materiale in questi ultimi anni, adesso concluderò il libro".

Di recente, mi sono trovata a parlare in una congresso internazionale organizzato dall'università di Verona intorno al tema Letteratura e scienza, e ho potuto constatare il valore di queste sue parole, che suonano come un'indicazione per la direzione.

In quel congresso, la mia esposizione era stabilita alla fine della seconda giornata. Il giorno precedente la sala a quell'ora era vuota, ma quel pomeriggio, con grande sorpresa, sono tutti presenti, docenti italiani e stranieri.

Incomincio in medias res con un esergo di Armando Verdiglione tratto dal Giardino dell'automa e mi accorgo subito di una certa agitazione tra gli uditori. Terminato il mio intervento, il borbottio, che nella sala proveniva dai posti occupati dai professori italiani, prende goffe fattezze nella tremante enunciazione di una professoressa, che, appendendosi alle sue stesse parole come fossero picchetti per la sua scalata, s'inalbera: "Signorina, sono rimasta molto colpita, ovviamente negativamente", sente di dover precisare, "dal fatto che lei abbia citato per ben due volte il nome di Armando Verdiglione. La pregherei di giustificare queste sue citazioni a questa assemblea di studiosi scientifici". L'atto di parola è arbitrario, non ha giustificazione, tuttavia quella mi pare un'occasione formidabile per rispondere e per precisare ulteriormente la portata e la novità dell'elaborazione di Armando Verdiglione intorno alla logica della parola e alla sua struttura. Parlo ancora del contributo di scrittori e scienziati dissidenti non intesi nella loro epoca come Galilei, Shakespeare, Wilde, Freud e così anche Verdiglione.
Da qui, uno scroscio di interventi da parte di tutti gli esponenti dell'accademia italiana. Lungo l'esposizione è accaduto qualcosa, c'è stata una provocazione alla cui forza la sordità e la reazione non possono porre rimedio.

Il nome. Quale paura intollerabile suscita, tanto da muovere placidi professori a esporsi a una reazione talmente grottesca, rivolta anche ai colleghi stranieri affinché questi, pur non avendo i termini del pettegolezzo, si accorgano di quel che sta accadendo. In quel frangente, nella tranquillità, constato che non c'è riparo alla forza della parola. Penso all'affermazione di Virginia Woolf, quando, difronte alla biblioteca preclusa alle donne, dice ironicamente che è meglio essere chiuse fuori che dentro. E mi accorgo di non condividerla più come un tempo. Qui c'è dell'altro da intendere: ben lontana dal dissenso, la dissidenza non si situa né dentro né fuori.

Dove c'è una parola che non si avvale di garanzie metalinguistiche, ecco che qualcosa si muove, e lì c'è già il cinema, il movimento, anche se alcuni non lo riconoscono. Lì c'è la breccia della parola originaria, lì si enuncia qualcosa della dissidenza indomestica e inaddomesticabile, che neppure il conforto di un assolato pomeriggio nei colli marchigiani né la "stanchezza" di una giornata di studi riesce a anestetizzare.

Quel movimento infatti costituisce già il risvolto di un nome inappropriabile che funziona, avvia la questione donna, quindi la questione intellettuale.

Anche l'appellativo di "Signorina!", in quel contesto, è un modo per non dire "dottoressa", significante essenziale nella comunità scientifica, così come nella corporazione, dove, scambiato per titolo, darebbe il patrocinio rafforzando il nome che, altrimenti, è pensato non funzionare.

La reazione dei professori italiani, tuttavia, non incontra il consenso degli intellettuali stranieri, meno interessati a quanto il mio testo si discosti dal presunto "rigore metodologico" e più incuriositi da quanto vado dicendo e da questo intellettuale di cui tanto si sta dibattendo e che muove tale passione. "That's psychoanalysis! It moves passions", esclama una professoressa straniera.

In quel rumoreggiare io sento la musica delle pagine che Armando Verdiglione ha dedicato all'affaire e mai come in quel momento intendo che l'affaire è della parola e non sta nello storicismo, non ha origine né fine perché è originario.

La cifrematica insegna a non abituarsi al testo e a restituirlo nel racconto perché solo nel racconto si instaura quella novità che c'era e non è mai stata prima, essenziale alla scommessa intellettuale.

Questa la libertà della parola - nell'itinerario dal caos alla qualità della vita - di cui il libro di Meschini dà testimonianza. Questa la libertà di investire in un movimento culturale e artistico, in un progetto, in un'impresa, senza i circolarismi del mio e del tuo, senza paura del pettegolezzo e senza idee sull'Altro.

Quando ho avviato un'equipe di lettura nella mia città mi chiedevo come fare e allora Meschini diceva che questa era una grandissima chance che io avrei avuto. Ed è così. Non c'è bisogno di cambiare paese per le nostre idee. La provincia non c'è, non c'è mai stata.

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