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Antonella Silvestrini intervista Angelo Piccinin, imprenditore.

 

 

 

Come è divenuto imprenditore?

Al 50% per voglia di diventarlo, l’altro 50% per caso.

Anche il fatto che mi sia diplomato è stato una casualità. Un insegnante disse ai miei genitori: “Guardate che è opportuno che continui a studiare. Sarebbe ingiusto fermarlo alla quinta elementare”. Non c’erano mezzi, non c’erano risorse. Avevo tre fratelli maggiori che avevano finito la quinta elementare e uno di sette anni più giovane che poi ha finito anche lui le elementari.


In che cosa si è diplomato?

Perito industriale, all’Istituto Rossi di Vicenza nel 1956. Proprio domenica scorsa abbiamo fatto una festa di tutti i diplomati del ‘56-‘57.


E dopo il diploma?

Poi ho fatto l’ufficiale di complemento, diciotto mesi. Poi ho lavorato sei mesi alla Savio di Pordenone. Quindi ho fatto domanda in diverse aziende italiane e sono stato assunto dalla Pirelli nel 1959. Nell’agosto del ‘59 sono andato a lavorare alla fiera di Milano. Ho frequentato un po’ l’Università Cattolica in Economia e Commercio, ma poi ho trovato la morosa, che in seguito ho sposato, e quindi... Due cose si potevano anche fare, tre era difficile.
Poi sono andato a fare l’organizzatore industriale, nell’ufficio dove si elaboravano i costi, i tempi e i metodi. Erano sistemi di organizzazione innovativi che venivano dall’America, dalla Francia, dalla Germania, da quei paesi che erano più avanti di noi. E lì ho fatto esperienza per sei anni in questo settore. Nel novembre del 1965 qui c’è stata l’alluvione. Nella casa dove abitavo c’erano stati tre metri d’acqua. Accadde che, andando verso casa, — io abito in una borgata a un chilometro — mi chiamano quelli che poi sarebbero stati i miei soci e che erano lì, sotto a una tettoia, assai disperati. Avevano iniziato un’attività qualche mese prima in una vecchia filanda che aveva avuto quattro metri d’acqua. Era stato portato via tutto. Mi dicono: “Noi avremmo bisogno di qualcuno che sappia fare i conti. Se tu vuoi, noi avremmo pensato a te”. Tra l’altro, uno dei soci aveva sposato una mia cugina, lo conoscevo bene.

Tre avevano la mia età, tre erano più vecchi.


E cosa facevano?

Uno di loro era stato 19 anni in Francia, dove era andato da clandestino, attraversando il passo del Monginevro, di notte con altri amici, alla fine degli anni quaranta, dopo la guerra. Un altro era stato in Svizzera diversi anni, gli altri quattro, invece, lavoravano qua in un’azienda di Prata. Uno aveva lavorato da Durante.

In quell'occasione ho detto: “Io posso anche lasciare il lavoro dove sono, però la condizione importante è questa: non possiamo andare in quella tettoia. Magari piccolo, ma dobbiamo iniziare con un capannone nuovo”. Due soci avevano un pezzo di terreno qua, dove sono sorti i primi due o tre capannoni. Abbiamo iniziato con due piccoli capannoni di trecento metri quadrati, costruiti ex novo.

Questo per dire che era una situazione favorevole per il settore. Tuttavia io ero ancora a Milano e ci sono rimasto perchè mi scadevano i sette anni. Infatti, dopo sette anni di permanenza alla Pirelli, si aveva diritto a tutta la liquidazione. Se si recedeva prima, si perdeva metà liquidazione. A febbraio scadeva il settimo anno, così sono rimasto lì fino a febbraio, venendo a casa sempre, tutti i sabati.

La situazione era molto favorevole per chi iniziava perché la domanda era decisamente superiore all'offerta. Si sa che difficilmente si entra nel mercato, se c’è una eccedenza dell'offerta rispetto alla domanda. L'esempio tipico era questo. Una decina di rappresentanti di mobili, che avevano iniziato a lavorare guadagnando bene, in quei due o tre mesi necessari per la costruzione del capannone, sono venuti a domandarmi di rappresentarci. Non sapevano neanche che cosa facevamo!

La situazione favorevole è durata diversi anni. Noi, per passi successivi, siamo arrivati agli attuali duemila metri quadrati coperti, e abbiamo la possibilità di farne altri cinque, seimila.
Inizialmente bastava fare qualsiasi cosa. Non occorrevano nè grandi architetti, nè grande design. C’era poi stata, in quel periodo, l'esplosione del turismo, sia in montagna sia al mare. E quindi si costruivano edifici per alloggiare la gente al mare e in montagna. C’era una richiesta incredibile di mobili per arredare. E quando vado in qualche vecchio albergo al mare, ne vedo ancora dentro qualcuno: ce n'è ancora qualcuno di trentacinque anni fa!
E, quadrati e bassi, siamo arrivati a dare una fisionomia all'azienda. Siamo arrivati a questo punto: un socio è morto, un secondo è stato liquidato, un terzo non c’è più, un quarto ha qui sua figlia. Del nucleo iniziale siamo rimasti in tre, fondamentalmente perchè abbiamo dei figli maschi che hanno dimostrato di voler continuare.
Io non sarei qua, a sessantaquattro anni suonati, se non avessi quattro o cinque giovani di trent’anni, di cui uno è mio figlio; e questo vale anche per i figli dei miei soci o anche per altri che hanno voglia di stare assieme e di formare un gruppo che intenda portare avanti l'azienda, svilupparla, forse anche migliorarla, o forse anche avviare nuove imprese. Noi siamo fortunati, da questo punto di vista, perché abbiamo questi tre o quattro ragazzi che hanno dimostrato l’intenzione di proseguire.

Abbiamo fatto una grossa rivoluzione produttiva, negli ultimi due anni, investendo bene. Poi abbiamo fatto anche una grossa rivoluzione nel prodotto, nel senso che siamo passati da una produzione un po' confusa di moderno e tradizionale, al solo moderno: noi facciamo solo mobili moderni. E li facciamo per tre stanze della casa. Facciamo armadi-guardaroba, nella totale componibilità, gruppi letto con una ventina di opzioni, camerette per bambini e soggiorni completi: mobili per il soggiorno sia a spalla (per le pareti), sia pensili. Tutto decisamente moderno.


Ha toccato un argomento importantissimo, che è quello del cosiddetto “passaggio generazionale”. Quali sono le indicazioni che lei darebbe a un giovane che si trova a proseguire? Perchè il giovane non può lavorare in un azienda solo perché è l’azienda del padre. Ci dev’essere un mito.

Io dico: senza impegno e senza predisposizione a innamorarti dell’attività, è meglio che tu non faccia questo mestiere.

Vedremo poi i risultati. I risultati ci saranno se, quando molleremo veramente, i giovani vorranno proseguire oppure no. Per adesso ci sono i presupposti. Dico sempre loro: l’azienda sta per essere veramente calibrata sia nel processo produttivo, sia nel prodotto, sia nell’immagine. Se intendete continuare è qua; altrimenti, la cosa più intelligente è cederla quando è al massimo. E cederla a chi ha voglia. Allora, se voi siete decisi noi siamo qua per fare il passaggio; altrimenti non vorremmo poi essere accusati dei disastri successivi. Io sono molto chiaro e lucido su questo. Lo ripeto a ciascuno quasi tutte le settimane.
Sa qual è stato l’errore che abbiamo commesso? Io mi sono sforzato di far capire che se anche da giovani avevano avuto un tenore di vita tale per cui non erano obbligati a impegnarsi, questo non doveva far pensare loro che potessero evitare momenti di impegno, di sacrificio, e che un gruppo di aziende si gestisse senza impegno solo per il mandato del padre.

Neanche un capo reparto assume la carica seriamente solo perché gli viene calata dall’alto. Uno non diventa un capo reparto, ad esempio, se chi lavora con lui non l’accetta e non lo riconosce come capo: questa è la vera legittimazione. Non perché viene dal padre, che ha fatto l’imprenditore, il figlio viene riconosciuto. Viene riconosciuto a una sola condizione: che ci sappia fare. E che sia riconosciuto da chi lavora con lui.
Il rischio è che noi, invece, non abbiamo ripetuto abbastanza forte e chiaro ai nostri figli, che quelle difficoltà nessuno può evitarle e nessuno può pensare di poter arrivare lì senza questo passaggio obbligato di impegno, di professionalità e di riconoscimento dei collaboratori della funzione di coordinatore, di imprenditore o di dirigente.


Secondo lei quali sono le qualità indispensabili per un imprenditore?
Una delle cose fondamentali è il senso del rischio. Tenacia nel perseguire una finalità e senso del rischio. Senza queste due cose, che devono andare assieme, e senza il sapere coordinare la risorsa umana, che è la più grande, la più determinante, la più efficace, la risorsa per eccellenza , non c’è imprenditore.

Soldi se ne possono trovare: con una buona idea trovi chi te la finanzia. L’organizzazione si può anche, in qualche modo, vedere, trovare, inserire. Il prodotto, anche, in qualche modo, con un’attenzione al mercato. Ma avere una struttura di uomini che, in un equilibrio, nei vari aspetti fa funzionare tutto, credo che questa sia la cosa determinante.
Chi non sa gestire le risorse umane, non faccia l’imprenditore. Perché oggi non è più l'era del capitale industria che faceva tutto: oggi è l'era del gruppo di persone, coordinate o motivate dal capitale industria. Se uno non ha predisposizione a gestire le persone, è meglio che non faccia né il dirigente né l'imprenditore, perché crea disastri. È quello che io ho capito. In varie occasioni ho visto danni provocati dal fatto che non ci sia qualcuno che sappia coordinare le persone. Senza questo non si fa l'impresa, né si fa l'imprenditore.
Ed è qui che la sinistra ha sempre sottovalutato tutto: la sinistra, almeno quella del passato, pensava che la costruzione di ricchezza fosse quasi un fatto automatico, che veniva indipendentemente dall'impegno e dalla capacità degli uomini. E allora tu tendevi a criminalizzare quello bravo che sapeva coordinare uomini e risorse. Per cui quello che si impegna e ha dei talenti e delle doti è un ladro. E questa mentalità non è del tutto andata via dall'Italia.


Che è la cancellazione, poi, dell'insegnamento del nostro Rinascimento.
Chiaro, non c'è dubbio. Non è casuale che il Rinascimento sia sorta in Italia. Non è casuale. Il gusto di fare il lavoro ben fatto ha pervaso anche l'ultimo degli operai. Ultimo non in termini di dignità, ma in termini professionali, dove ci sono differenze di posizione. E anche nell'ultimo della scala gerarchica c'è questo piacere del gusto e di fare bene.
Questo è il fattore fondamentale della riuscita del Nord-Est. Io noto, ad esempio, avendo avuto anche dipendenti che vengono dai paesi ex comunisti, che c'è un abisso fondamentale. E lo intuisci solo se hai modo di metterlo a confronto. Chi proviene da una cultura comunista non si innamora mai dell'azienda. Mentre la stragrande maggioranza dei nostri operai sono addirittura innamorati dell'azienda e godono se l'azienda va bene.
Dopo una fiera in America tutti mi chiedevano: “Com’è andata? Abbiamo venduto?”. Non, “Avete venduto?”, “Abbiamo venduto?”.

Questo rapporto tra l’imprenditore e le maestranze è un fatto che non ho notato neanche a Milano nei sette anni alla Pirelli. Gli operai, qui da noi, fanno questa semplice considerazione: “alla fine, se va bene l'azienda, vado bene anch'io”. E quindi opero affinché l'azienda vada bene. Faccio il lavoro presto e bene, perché poi questo lavoro, fatto presto e bene, dà nome all'azienda, e dà garanzia anche a me.

Purtroppo il centro sinistra è in ritardo. Siamo in ritardo da questo punto di vista, per cui, poi, possiamo avere anche un centro destra che non è molto attento e che magari predica soltanto la cultura del successo a tutti i costi, il successo come fine ultimo. La cultura del successo come fosse un valore assoluto, è responsabile della diffusa depresione di cui si parla, per esempio, tra i giovani. Io credo di avere capito, anche perchè, avendo cinque figli, ho esperienza anche di questo.


È la differenza tra successo e riuscita.

Esatto.


La riuscita esige il percorso.

Chiaro. E la fatica.


Le faccio ancora due o tre domande. Cos'è per lei essenziale per la formazione dei suoi collaboratori e dei suoi manager?

Io ho constatato una cosa. L’esperienza di tutti i giorni, con le bastonate e le riuscite, con i successi e gli insuccessi, è la più grande scuola. Certamente c’è anche la scuola e i corsi di specializzazione, però tutto questo funziona se poi c’è nella pratica, l’efficacia.


L’esperienza.
Sì. E si prendono anche delle batoste, degli errori, delle non riuscite.
Ma qual’è, in fondo, la differenza tra un cattolico liberale e un laico liberale. In fondo possono tutti e due credere al libero mercato e alla libera iniziativa. C’è un passaggio culturale fondamentale: chi ha una fede, ed è una fede che va continuamente cercata. Io sono sempre pieno di dubbi: credo che il dubbio sia quello che ti costringe alla ricerca e l’incertezza quella che ti spinge a capire gli altri. Gli scontri avvengono tra persone che hanno certezze. È lì il pericolo: io mi guardo sempre da chi dice delle certezze, perché porta all'esasperazione dei rapporti. Io possiedo la verità. Tu no.


Il fondamentalismo.

Esatto. In fondo nasciamo tutti diversi. Io vedo i miei figli: non ce n’è uno uguale all'altro. E constato che, se misuriamo i fattori della natura umana, salute, intelligenza, perspicacia, cioè i talenti, in ciascuno sono diversi, e non ho trovato mai nessuno che mi abbia spiegato perché.
Constato poi che c'era un matto che voleva farli tutti alti, biondi, e con gli occhi azzurri e poi sappiamo com’è finita.

La ricchezza è una miscela tra le risorse naturali che si trovano in natura, e i talenti dell'uomo, intelligenza, capacità di trasformazione. Faccio un esempio: finché la sabbia è sul greto del Meduna non serve a nessuno: anzi riempie l'alveo. Il petrolio lasciato lì, brucia tutto e fa male: non si può neanche berlo, è acqua sporca. L'intelligenza dell'uomo, combinata con queste cose naturali, è riuscita, in tanti millenni a passare dalla caverna alla casa attuale. Il mattone è fatto di creta cotta. Finchè la creta resta lì non si può neanche coltivare; ma messa negli stampi e cotta, fai la casa.

Allora questa miscela di risorse naturali e di risorse umane, produce ricchezza. Ma siccome le risorse naturali sono lì, e le risorse umane, i talenti, sono differenti, allora la combinazione di un uomo che ha dieci talenti con le risorse, produce più ricchezza di chi ha un talento. La questione fondamentale è questa: gli uomini, i talenti, se li danno, o li ricevono in dono?

Ho cinque figli: poniamo che quello talentuoso, abbia ricevuto dieci; e uno un solo talento. Ora, posso dire che i talenti li abbiamo dati io e mia moglie? Non credo! Se li è dati lui? No. Il passaggio obbligato è questo: se passa la cultura del successo a tutti i costi, per cui uno pensa che il modo è endogeno e i talenti se li è dati, a questo punto dice: tutti i frutti dei miei talenti sono legittimato a tenerli. Se passa invece la cultura per cui ho ricevuto in dono i talenti, comincio a pensare che cosa voglia chi me li ha dati. Io ho cinque figli e io sono fatto, come padre, di ragione e sentimenti. Perchè siano soddisfatti questi due fattori della natura umana, se ho un figlio con un talento, e però gli altri con otto talenti, cosa vorrei che facessero quelli con otto talenti nei confronti di quello che ne ha uno? Che lo buttino giù dal monte o che si ricordino di lui?

Ora il problema vero è come, con quali strumenti e con quali ordinamenti, far diventare istituzionale questa combinazione della componente sentimentale e razionale mia nei confronti dei miei figli. Se poi c’è un Dio, che, guarda caso, dice le stesse cose che io, come padre, vorrei che facessero i miei figli, è un dio che comincia a piacermi. Non son certo che ci sia, ma comincia a piacermi.


Quanto è importante la formazione cattolica? Che cosa ci insegna nell’impresa ciascun giorno?
Io sto leggendo don Sturzo. Non l’abbiamo seguito molto. Io credo che noi cattolici abbiamo avuto delle colpe immense, da questo punto di vista. L’amore della libertà e della partecipazione di Don Sturzo sarebbe stato sufficiente: perché se realizzavano quello che aveva in mente Don Sturzo, molto probabilmente non serviva neanche la Lega, perché il federalismo serio, è quello del rispetto e della responsabilizzazione della gente...
Io sono un federalista, ma come diceva don Sturzo, con la responsabilizzazione. Il federalismo vero evita anche il clientelismo.


Certo. Quindi, tornando a cattolicesimo e impresa?

Il cattolicesimo dà un grosso impulso alla libera iniziativa come dovere che uno ha come nella parabola dei talenti, e come stimolo. Il cristianesimo, soprattutto in Paolo, contiene questo germe per cui ognuno deve investire.

Ma nel cattolicesimo diffuso, quanto c’è di cattocomunismo? Il cattolicesimo di don Sturzo non è coniugabile col comunismo. Invece, alcuni cattolici lo combinano. Nell’impegno della mia vita, nel far qualcosa, nelle iniziative, mi sono sempre trovato in questo cattolicesimo liberale.


Anche per quanto riguarda il rischio, l’educazione alla fede.

Esatto. Nel rischio non mi posso adagiare. Quando rischio devo affrontare grandi difficoltà e grandi sacrifici e, anche mentre sono a casa ci penso. Oppure la domenica, mentre sto leggendo il giornale, penso se quell’investimento l’ho fatto giusto, se il prodotto che ho progettato poi avrò uno sbocco nel mercato, se coloro a cui vendo mi pagheranno. Il rischio comporta una costrizione alla vitalità, al pensare, all’essere vivo e attento a quello che hai fatto e a quello che farai in ogni momento. Il rischio come fattore positivo che rende l’uomo vivace e brioso e lo rende attento, consapevole.


Questo è importantissimo per i giovani: la testimonianza degli imprenditori che dicano come loro hanno fatto. Con quali strumenti e con quali risorse.

Le banche, per darci un minimo di affidamento, all’inizio hanno portato a firmare tutti i soci e, per aumentare le garanzie, anche i nostri padri, perché eravamo soggetti a rischio. Queste sono cose importanti. Questo ti stimola a far bene, a impegnarti, a riuscire. Che non è solo negativo: qualcuno dice che le banche ti danno l’ombrello quando è fuori il sole. Non è negativo. È anche positivo, perché ti stimola a essere responsabile e a fare bene perché altrimenti rischi di perdere quello che hai fatto.

Troppe agevolazioni sono controproducenti. Perchè i trevigiani sono un po’ più aggressivi di noi? Perché non hanno avuto le agevolazioni che noi abbiamo avuto con la regione Friuli-Venezia Giulia.

È dovuto al fatto che se uno riceve troppo si adagia. I triestini sono meno imprenditori di noi: hanno sempre avuto grandi agevolazioni, non ultima quella della benzina.
Tu credi di agevolare e poi, in realtà, vai a sopire i talenti e non permetti che uno tiri fuori la grinta.


Qual è stato il contributo di sua moglie nel suo itinerario per l’impresa?
Mia moglie non ha il senso del rischio, però mi ha aiutato su un passo fondamentale della mia vita. Quando nel 1974 ho avuto una verifica della Guardia di Finanza, sotto la pressione dei collaboratori, dei soci, dei colleghi stavo anch’io per pagare la tangente come tutti. Perchè si era diffusa la convinzione che non c’era altra strada che pagare, corrompere i controllori? C’è forse stato qualche caso di concussione, ma il discorso era la corruzione: io sono pieno di problemi e tu sei qua che mi controlli. In quel momento ho avuto una serie di pressioni per pagare la tangente. E siccome i soldi per pagare non c’erano tutti, i controllori avevano accettato anche il dilazionamento. La sera in cui un funzionario della banca mi ha portato a casa, dopo 20 giorni dal controllo, l’acconto che io l’indomani sera dovevo dare, davanti alla Madonna delle Grazie di Motta di Livenza, a chi doveva venire a prenderlo, ho dovuto parlarne con mia moglie. Fino ad allora non ne avevo mai parlato. E, a dire il vero, avevo detto inizialmente di no ai miei soci, ai miei collaboratori. Però poi avevo cambiato idea.

Quella sera ho parlato a mia moglie, spiegandole tutto: se si paga, si entra nel sistema della corruzione, e si sta anche abbastanza tranquilli. Non ci si pensa più, l’Italia è fatta così. Se invece dico no, in questo mondo non voglio entrarci, in questo modo di fare l’imprenditore non voglio entrarci, le conseguenze possono essere tragiche per la reazione di chi controlla e si sente di dire di no. Questa sarà una battaglia terribile. Alla fine, dopo un’ora di discussione, mi dice: “Non mi importa. Anche se perdiamo tutto, io ti dico che quei soldi tu non li devi dare”.

E quella per me è stata una scelta fondamentale per tutta la vita. Ed è una scelta che quando ne parlo, o con amici, o in televisione, dico sempre che se questo tipo di scelta ha avuto un merito, non è stato mio. Se non fosse stato per mia moglie, molto probabilmente avrei pagato. E sarei entrato nel gioco.

Io non mi sono mai sentito di criticare... Io critico il sistema associativo, o le leggi, ma mai le singole persone. Nessuno mi ha mai sentito dire: hai pagato, sei un disgraziato. In quel momento io non ho il diritto di entrare nell’animo di ognuno dei miei colleghi, che magari so che hanno pagato. Ma se uno di loro in quel momento riteneva che, per salvare la sua azienda fosse quella la strada migliore, ne aveva il diritto. Io non posso dare un giudizio di negatività a chi in quel momento, o per paura cede al compromesso.


Quindi il confronto intellettuale con sua moglie è fondamentale.
Sì, è fondamentale. Se mia moglie avesse ritenuto importante l’apparenza o la ricchezza molto probabilmete anche lei in quel momento avrebbe ceduto. Ma evidentemente lei non aveva niente da perdere, perché sapeva dare la giusta misura alle cose.
La cosa grave, nel nostro paese, non sono state, in realtà, le corruzioni saltuarie. Io insisto sulle corruzioni. La differenza tra corruzione e concussione è: io sono in difficoltà, tu sei il controllore e allora io ti corrompo. La concussione è: tu sai che io sono in difficoltà e mi chiedi soldi per non distruggermi. Io sono convinto che il più delle volte si tratta di corruzione. Ma poi, consumata la corruzione, o la concussione, si diventa amici. E la cosa più devastante in uno stato di diritto, è l’accordo tra controllore e controllato, per cui, poi, non funziona più niente. È come se il carabiniere andasse d’accordo con il ladro.
Allora, qual è stato l’errore fondamentale degli imprenditori? Anziché adagiarsi sull’accettazione di leggi qualsiasi, fossero anche non rispettabili, non possibili da rispettare, magari leggi contro lo sviluppo che se le rispettavi ti facevano fallire, l’errore è stato di non fare una battaglia affinchè venissero modificate le leggi. E togliere le conseguenze di questo errore non è una cosa semplice. Perchè, poi, c’è tutto un tessuto sociale che si adagia sul mancato rispetto delle regole, nella convinzione che sia legittima difesa.
È legittimo che uno voglia fare i soldi... Per carità! La ricchezza è un bene se usata bene. Qui c’è un altro aspetto del cattocomunismo quando si associa la ricchezza al diavolo. La ricchezza è uno strumento immenso di sviluppo, di felicità se usata bene, e soprattutto di sviluppo per chi oggi è nell’indigenza.

Ma io dico: quelle quattro palanche che hai fatto, ti pare che sia giusto doverle nascondere? Tante volte si mostra la ricchezza come umiliazione del prossimo, e questo è sbagliato.
Io faccio questo ragionamento: l’invidia è uno dei disvalori dell’umanità. Dovremmo tutti evitare quegli atteggiamenti che creano invidia.


Gli stessi russi dissidenti dicono che la base del comunismo è l’invidia.
Sì, non c’è dubbio. Io dico di più. Un’aristocrazia imbecille non ha creato il comunismo in Russia. Una classe dirigente e una borghesia non illuminata ne sono stati i presupposti, forse attraverso anche l’invidia. L’egoismo, se è rivolto alla conservazione della specie, è un elemento importante. È quindi un valore se per conservare me stesso mi voglio un po’ bene, sono un po’ egoista. Se però questo fattore lo faccio diventare danno nei confronti degli altri, allora diventa un disvalore.

L’equilibrio è importantissimo. Fortunati quei paesi che hanno una classe dirigente che sa fare queste cose, che sa diffondere questo equilibrio. Ho l’impressione che il consenso riscosso da Berlusconi derivi da un’esasperazione del successo e della ricchezza come fine ultimo. Attenzione che questa è una società che prima o dopo deraglia.

Un ultimo aspetto importantissimo. Io constato che ci sono collaboratori che non hanno bisogno della tutela del sindacato perché se io non li pago hanno molte altre aziende nella zona che li vorrebbero come collaboratori. È la loro stessa intelligenza e abilità che fa loro da “tutela”.


Questo è fondamentale.

Decidono loro quale imprenditore e quale impresa scegliere. Non è l’azienda che li sceglie.


Questo è il motivo per cui stiamo raccogliendo queste interviste. Un’ ultima domanda. Qual è l’insegnamento, il contributo dei suoi genitori?

Dunque, i miei genitori mi hanno insegnato una cosa importante. Mio padre mi ha insegnato che il più furbo è l’onesto perché vive serenamente. Ripeteva sempre S. Paolo: “Chi non lavora non mangi”. La sacralità del lavoro. In questo era esagerato. Mia madre mi ha trasmesso la mitezza e mi ha insegnato la capacità di capire le persone. Aveva 89 anni. Io non andavo spesso a trovarla, finché un giorno, dopo molte insistenze, ci sono andato. Nella notte c’era stato un fortissimo temporale. Il cielo era terso e sembrava di toccare le montagne. Arrivo e trovo mia madre seduta sotto il portico, in terrazzo. Da subito comincio a giustificarmi: “È vero dovevo venire prima, ma sai ho tante cose da fare…”. Mia madre rimase in silenzio per un po’, poi disse: “Vedi quelle montagne? Guarda che non le hanno spostate neanche i più bravi, così non le sposterai nemmeno tu, pertanto vieni a trovare più spesso tua madre”.


Sua madre l’ha riportata alla distinzione tra fare e affaccendamento, sottolineando che il fare non è in alternativa alla famiglia. La ringrazio per questa generosa testimonianza.


                                                                                                                                  Prata, 5 novembre 2001

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