STAMPA CHIUDI

 

Al crepuscolo

E rosso è un raggio di sole obliquo
Che filtra dalle alte finestre
Disegnando figure nuove.

Finalmente si appresta un'altra
Piega della giornata.

Son quasi le quattro: giusto il tempo
Per un saluto a Laura
Sguardo di rosa che induce un altro
Soffio di sole.

E un corpuscolo, a un tratto,
Mentre lei parla, fluttua navigante
Nell'aria e vaga.

Sfugge, a prenderlo
E si invola più in alto tra i cirri…

Il vento, intanto,
Dispone i suoi attrezzi,
Le nubi, sul tavolo alto del cielo
Sollevato dagli alberi.

E la loro musica
Riecheggia nella danza di Laura.

 

La tavolozza del vento

                      I  

Che sollievo la tua fresca bellezza
alla nostra nuova città di favola.

È quasi l'ora dell'appuntamento
e il vento mi spinge… folle a salpare.

Mi afferro a quella nube al volo rosea
e ammainando le vele, la lascio

incontrando la tua mano aperta,
Francesca.

                   II

Delle mie dita che rischiano baci
assolvi, in un sorriso, il gioco sobrio.

Mi offri albicocche e dell'acqua frutta
colmi bicchieri che bevo accanto a te.

E concludiamo la notte, Francesca
ascoltando e parlando nell'acustico
video che l'altra vicenda racconta.

(Senago, 10 agosto 2002)

   

Quando

Quando ti parlo, Francesca,
io mi sorprendo tra pagine d’aria.
Leggendo scrivendo, acerbe parole
maturano dolci sino all’incontro.

Ti parlavo un tempo, quando
la rugiada celeste dei tuoi occhi
si scioglieva in acqua di brina.

Ti parlo adesso
e, senza magia, i tuoi giri sguardi
rilasciano il colore della Luna.

Ti parlerò infine al buio
nella luce azzurra di Pentecoste:

e la mia vita davvero
sarà un museo di vento e di luce.

  

Di nuovo ti perdo

Non cancello più la scura matita
che traccia fogli nell’umida sera.

E se ne faccio un cartoccio
e lo getto lontano

sì, la penombra ritorna
e di nuovo ti perdo.

Mater

Non sarà più la tua carne a chiamarmi
ora ch’è giunto il silenzio di pietra.

Non cerco più la tua carne di latte
nel corpo bianco della donna che tace.

Benvenuta, madre vera,
nella città dell’infanzia:

tra le braccia dell’impresa nostra,
io ti ritrovo eterna.

 

I nostri incontri

I nostri incontri sono degli addii,
lunghi addii
per dimenticarci ancora.

Ti voglio bene, dicevi la sera
quando la luna fredda scoperchiava
la notte.

Ci trovavamo sempre tra le tenebre,
quando screpolato era il freddo e
la mia mano riscaldava il tuo viso.

… Com’eri bella mentre te ne andavi.
… Com’era dolce mentre restavi!

E volevo ogni volta baciarti…
Sì, e volevo ogni volta baciarti
nel cielo, senza infiammarmi d’amore.

Per l’audacia di una folle poesia.

 

Liliana 

Il tuo nome profuma di giglio
in questa notte d’avena e d’argento.

Siamo un’impresa, un’impresa che ride,
di memoria che tradisce
e di libri di fiabe.

E sono già la parola che ascolti
al lavoro fitto delle tue mani.

Sì, in questa bell’impresa che ride,
non sono più sperduto paese
né bianco sentiero di polvere.  

Finalmente, la mia terra

 Non in una bianca radice
tra le ondate di vento
ritrovo la mia terra.

Non una scheggia
nelle rovine d’antiche città
è memoria di secoli.

Parla, o mio deserto,
parla e racconta
e della tua finissima polvere
recami la rara materia.

E con l’acqua dei tuoi cieli
impasteranno le mie mani,
finalmente, la mia terra.

Per il tono

 

Non abbandonarmi, signore, al buio
chiarissimo di questo sogno breve.
Portami la notte, signore,
e dell’impaziente notte
il sollievo come d’antica preghiera.

E finalmente, quando giunge nuda
col suo vago vento di stelle,
la notte tesse la rete
e il mio sonno impiglia.

E tu, sonno, resta pure con lei
giusto il tempo di un sogno
che io narrerò col sorriso
di mille parole di perla.
Per il tono della nostra vita.

Dei nostri millenni

Riposa, amore mio,
sino al ritmico sonno
delle mie cento poesie.

Riposa. Domani ti nutrirai
di cibo leggero:
il pane farcito d’aria
e di acini di stelle.

E finalmente, amore mio,
sogneremo l’azzurro destino
opera immortale
dei nostri antichissimi millenni.

 

Erik Battiston